Non Temere il Dubbio


di Paolo Borciani

da: P. Borciani "Il Quartetto" Milano, Ricordi, 1973 (per gentile concessione dell'Editore)





Nell’ agosto 1945 formavo un quartetto d’archi con altri tre giovani che qualche anno prima avevo conosciuto. Li avevo sentiti suonare, avevamo anche suonato insieme, e ciò era bastato a farmi certo di quelle qualità che sono la migliore garanzia per una buona collaborazione musicale. Era nato così il Quartetto Italiano, allora Nuovo Quartetto Italiano.

Quello di scegliere i propri compagni è il momento più importante per chi vuole formare un quartetto: trattandosi di iniziare una vita in comune, di affrontare disagi insieme, è necessario scegliere le persone adatte, le cui doti umane siano l’onestà, la generosità, la disciplina, lo spirito di sacrificio e, per chi ha una forte personalità, anche una buona dose di diplomazia. Ma, essendo la musica il fine principale di una tale associazione, si debbono anteporre, fin dall’inizio, le qualità musicali a ogni altro criterio di carattere personale. Si sente spesso dire, e giustamente, che il quartetto è come un matrimonio fra quattro persone, poiché esso, oltre alla costanza, esige una assoluta fedeltà che sappia resistere a lusinghe, da qualunque parte esse vengano. E’ bene però subito sottolineare il fatto che il quartetto, essendo una associazione di carattere essenzialmente musicale, deve basarsi su affinità musicali che nemmeno lo studio più intenso può surrogare e che appunto per ciò vanno ricercate fin dall’inizio. Limitare le divergenze di carattere, con un attento controllo del proprio e una certa tolleranza verso quello degli altri, è possibile e doveroso anche se difficile; adattare perfettamente un istinto musicale a un altro, troppo differente, è impossibile; il fallimento artistico di certi quartetti deriva dal pregiudizio secondo il quale il prodotto di buoni fattorì deve essere necessariamente buono. Per fortuna casi di associazioni temporanee fra pur celebri concertisti, dalle personalità troppo differenti, non si sono verificate che raramente nel campo del quartetto a corde (assai più spesso in altre formazioni), anche per il rispetto che questo delicatissimo organismo musicale incute a chi gli si avvicina.

Come è certo dunque che quattro buoni elementi non formano necessariamente un buon quartetto, è assolutamente fuori discussione che, per formarlo, devono trovarsi insieme quattro veri artisti e ottimi strumentisti; che non debbono esistere fra loro gravi squilibri di valore, e che anche un solo elemento basta a guastare l’assieme.

Sono numerosi i quartetti nei quali, accanto a un primo violino e a un violoncello di prim’ordine, figurano una viola e anche più spesso un secondo violino mediocri. Come quello di viola, il ruolo di secondo violino è di estrema importanza ed è grave errore non scegliere uno strumentista che abbia le qualità necessarie per ricoprirlo degnamente, anche se esso è indubbiamente di minor impegno strumentale, in gran parte della letteratura quartettistica, di quello sostenuto del primo violino. Qualità di suono e di temperamento, oltre che doti musicali del tutto particolari, devono rivelare un autentico “secondo violino”, non un “primo violino” di second’ordine.

Certe diversità di intenzioni potranno essere superate da un lavoro assiduo e appassionato, certe naturali disposizioni sviluppate o corrette con lo studio e con l’ esperienza, prima di arrivare a una completa omogeneità. Ma dovranno essere quattro personalità affini e di valore alla base di un vero quartetto, ché mai nessuno potrà trasformare una mediocrità in un artista, un interprete superficiale in un musicista.

Per essere un buon quartettista è necessario:

1) Amare la musica al di sopra del proprio strumento.

2) Conoscere ogni opera nella sua forma, armonicamente ed esteticamente, senza tuttavia incorrere nella pedanteria di certi musicologi privi di fantasia e di calore.

3) Possedere un eccellente bagaglio tecnico come strumentista e quartettista, senza cadere nelle secche di un arido accademismo o di un vuoto virtuosismo.

4) Avere estro e temperamento, ma non confondersi mai nella schiera dei superficiali.

5) Essere dotati di una sensibilità moderna, ma anche di una cultura e di un senso dello stile che non permetta mai di disconoscere i capolavori del passato.

6) Lavorare con umiltà, con coraggio, ma senza temere il dubbio.

7) Sapersi considerare tutti, anche il primo violino, “un quarto” di un unico organismo musicale.

8) Eseguire tutta la musica con lo stesso impegno.

9) Diffondere la musica contemporanea, al di fuori di ogni considerazione utilitaristica, convinti della sua importanza storica ed estetica.

10) Eseguire solo la musica degna di essere eseguita, sia essa antica, classica, romantica, moderna o contemporanea, e proporla anche a sempre nuovi pubblici.

Si usa dire che il far musica in quartetto sviluppa e disciplina la musicalità di un esecutore. Ed è vero: la sviluppa, poiché la vastità e la bellezza della letteratura quartettistica apre orizzonti ampi, assai più di quelli che uno strumentista a corda possa aver conosciuto attraverso lo studio del proprio strumento; la disciplina, oltre che per la bellezza del repertorio, perché il suonare in quattro esalta e definisce la responsabilità musicale di ognuno. Ogni membro del quartetto partecipa all’ esecuzione di un’opera, non solamente inserendosi con la propria parte, ma superandola in una più completa visione dell’assieme. Per fortuna non v’è praticamente esempio di quartetti formati occasionalmente da solisti che si mettano insieme durante festival o incontri musicali. Spesso invece ancor oggi, nel campo delle sonate, il violinista si unisce a un pianista di qualità assai più mediocri, per eseguire Sonate scritte per “pianoforte e violino” o addirittura Sonate “con accompagnamento di violino” . E anche nel campo dei complessi da camera, solisti assai noti, che hanno lavorato anni per studiare e approfondire il proprio repertorio musicale, si uniscono ad altri strumentisti, spesso pure eccellenti, per eseguire senza la necessaria preparazione pagine fra le più belle e difficili della letteratura musicale. Molti sono purtroppo gli esecutori che, dotati di grande facilità strumentale, si avvicinano con troppa leggerezza o presunzione ad opere che esigono ben altro approfondimento interpretativo. Ciò che è lodevolissimo desiderio di far musica per sé diviene testimonianza, se l’esecuzione è pubblica, di scarsa serietà ed è certo di cattivo esempio per i giovani; ma, ripetiamo, il quartetto d’archi non consente, per fortuna, tali avventure.

Interpretare è anzitutto comprendere, poi riprodurre. L’esecutore deve far rivivere, secondo la propria sensibilità, l’opera, alla quale egli è legato come a qualcosa che, pur nella molteplicità dei suoi aspetti, è tuttavia ben definito. Errato è pretendere, per incomprensione o per narcisismo, di andare contro lo stile di un autore: stile che è la sua personalità, che racchiude ed esprime il contenuto dell’opera; stile che nei grandi non è mai un atteggiamento, una forma vuota, ma la musica stessa. Eseguire significa trarre dall’opera d’arte ispirazione per ricrearla. Il temperamento dell’esecutore, il suo calore espressivo, la sua sensibilità, doti queste essenziali e inimitabili, gli permetteranno di trasmettere al pubblico la più viva emozione. L’intelligenza e il gusto dovranno moderare gli eccessi, modellare l’ esecuzione secondo lo spirito dell’opera, non solo secondo la lettera della partitura (si ricordi che talvolta l’eccessivo scrupolo filologico può togliere a una esecuzione molto del suo calore, quando la serietà diviene pedanteria).



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